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Nome: Sebastiano Gulisano
Siciliano, anzi jonico-etneo trapiantato a Roma.
Cane sciolto, curioso, giornalista per passione civile
(ma questa non è una testata giornalistica - e si vede).
Disadattato, ché mi pare che di civile in giro ci sia sempre meno.
Sognatore: cioè fesso.


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almostblue58 in Una storia siciliana
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Ssssttt… fa’ piano… sussurrasti sentendo i miei passi scricchiolare sulla ghiaia del vialetto che costeggia casa tua, mentre ti sporgevi dalla finestra gesticolando, facendomi segno di fermarmi e ripetendo ssssttt… fa’ piano… Un momento dopo eri sul davanzale da dove ti lasciasti scivolare giù, silenziosa e furtiva come una ladra, e mi venisti incontro...
Cafone! urlasti, ché gli spruzzi del mio tuffo in mare t’erano schizzati addosso provocandoti ogni sorta di brivido e imperlandoti di luccichii d’argento. Non sentii. Aspettasti ingrugnita che riemergessi e ripetesti: Cafone!
Mi prendesti per mano per guidarmi verso gli alberi, al riparo da improbabili occhi e orecchie indiscreti. In cielo brillava una luna saracena complice del nostro incontro. Avanzavi cauta lungo il sentiero, tenendomi per mano, appena davanti a me, guidandomi verso la radura. È vicina… pochi minuti e ci siamo… sussurrasti guardandomi nel buio…
Stavolta sentii. Mi voltai e capii che era con me che ce l’avevi: la pelle ambrata in parte avvolta in un costume olimpionico e schizzata di luccicanti gocce d’acqua salata; il volto di una dea adirata sorta da chissà quali profondità ultramarine. Oops… scusa… mi stavi alle spalle, non t’avevo vista, tentai di giustificarmi mentre portavo la mano destra alla bocca per tentare di smorzare la risata che mi saliva incontrollabile.
Tu boca… dicesti in un bisbiglio, sfiorandomi le labbra frementi con l’indice della mano destra. Un istante dopo le tue labbra voluttuose avevano sostituito il dito…
Che hai da ridere! mi rimbrottasti, sorpresa e impettita, mentre una luce di taglio t’illuminava gli occhi provocando bagliori come lampi. Non so spiegare perché, ma la situazione mi divertiva e cominciai a ridere a crepapelle. Per la rabbia, mollasti un calcio al mare - splassshhh!!! - e gli schizzi si sparsero tutt’intorno fino a lambirmi. Reagii con un sorriso beffardo e sbattendo le mani sull’acqua - splassshhh!!! - verso te, bagnandoti ancora. Di proposito, stavolta.
I tuoi capelli, tra le dita, sembravano di seta…
Ti tuffasti sicura e flessuosa, come se in vita tua non avessi fatto altro. L'iniziale sorpresa aumentò quando riemergesti brandendo un sasso, minacciosa: Vediamo se hai ancora voglia di ridere… Sarà stato il mio stupore, sarà che il tuffo t'aveva fatto sbollire l'ira, fatto sta che un momento dopo ridevi anche tu. E invece di tirarmi il sasso - splassshhh!!! - mi inondasti il viso d’acqua salata lanciata a piene mani: il gioco aveva scalzato la guerra, sommergendola.
La prima volta sull’erba…
Ci rivediamo domani? chiesi speranzoso, quando tua sorella ti richiamò ai doveri familiari - Dobbiamo andare! È quasi ora di pranzo… la mamma ci aspetta! La odiai, in quel momento -. No, domani niente mare, ho la prova di volo, rispondesti mentre t’alzavi. Ma se non hai impegni, la sera diamo una festa in giardino, aggiungesti sorridendo invitante.
Il buio proteggeva i nostri corpi palpitanti…
Il lungo vestito bianco aderiva al tuo corpo come una seconda pelle. Le tue forme danno corpo alle mie idee, ti sussurrai sfacciato all’orecchio intanto che ballavamo stretti cullati dalle note di The sound of silence, che t’avevo appena regalato… La paura iniziale era svanita dopo che mi avevi accolto con un sorriso smagliante, baciandomi gioiosa sulle guance. Però potevi dirmelo che era la festa dei tuoi diciott'anni... avevo protestato, imbronciato, intanto che ti porgevo il pacchetto contenente quel 45 giri comprato in extremis e una rosa rossa colta furtivamente alla villa comunale.
Prima dell’alba tornammo sui nostri passi. Ero impregnato di te. Il bosco odorava di te. La notte aveva il tuo afrore. Ti amavo come non avrei più amato nessuna. Ssssttt… facciamo piano… potremmo svegliare i miei, sussurrasti. La ghiaia scricchiolava sotto i nostri passi, mentre ci avvicinavamo alla casa…
Vieni… ti mostro la casa, dicesti prendendomi per mano con sicurezza e obbligandomi a seguirti… Questa è la mia stanza… Lo scatto della serratura alle nostre spalle. Buio. La stanza chiusa. Il tuo profumo... le tue mani… il tuo respiro… le tue labbra…
Non t’ho più rivista. Continuo a custodire come il regalo più bello il segreto della mia iniziazione all’amore. Avevo diciott'anni. Era anche il mio compleanno. Il giorno dopo la festa sei sparita. La tua vacanza si era conclusa. Sul cancello della villa, un cartello: “VENDESI”.

Da allora, ogni notte ti ritrovo in sogno: Ssssttt… fa’ piano… sussurrasti sentendo i miei passi scricchiolare sulla ghiaia...

* * * * *
La foto della bambina addormentata è di Damiano
